sabato 31 marzo 2018

Nel nome del papa. Urbano IV

Jacques Pantaléon  de Troyes

Stemma papale
Nato probabilmente nel 1185 a Troyes, in Francia, Jacques Pantaléon passò dalla scuola capitolare di Notre-Dame-aux-Nonnains all'’Università di Parigi dove conseguì il titolo di  "magister".  Esperto in diritto canonico divenne Procuratore del Capitolo della Cattedrale di Notre-Dame; arcidiacono di Campine (Liegi); cappellano di papa Innocenzo I; vescovo di Verdun e  patriarca di Gerusalemme con nomina di papa Alessandro IV nel 1255 e, subito dopo,  legato pontificio per l’esercito crociato.
Proprio in Terra Santa, Jacques Pantaléon de Troyes ebbe un ruolo decisivo nella mediazione e apparente risoluzione del conflitto scoppiato tra genovesi e veneziani per il possesso della collina di Acri. Nel 1261 Jacques si recò a Viterbo per incontrare  papa Alessandro IV, che morì nel mese di maggio dello stesso anno. Il calendario pare segnasse il giorno di  S. Urbano.
Viterbo, già scelta come sede papale, si apprestò all’elezione del nuovo pontefice nel convento di Santa Maria in Gradi. Poiché si doveva mediare tra le turbolenze in Terra Santa e le intemperanze imperiali, a sorpresa, la scelta cadde proprio sull’esperienza di Jacque Pantaléon de Troyes che accettò il papato prendendo il nome di Urbano IV.
Il pontificato di Urbano IV fu caratterizzato da un drastico cambio di direzione nei rapporti che regolavano il papato stesso, l’Italia tutta e l’Impero, a favore del coinvolgimento diretto della casa reale francese. Come preludio di ciò che sarebbe accaduto tempo dopo con la scelta di Avignone come sede papale, significativo fu il fatto che Urbano IV preferì risiedere fuori Roma, soggiornando a Viterbo e soprattutto a Orvieto.  Circondato da fidi collaboratori francesi, Urbano IV ampliò il collegio cardinalizio, riorganizzò lo Stato Pontificio e risolse la grave situazione finanziaria in cui questo versava.  Uno dei suoi obiettivi, costantemente presente anche prima della sua elezione, fu la riconquista di Gerusalemme e della Terra Santa e la crociata in quella terra,  un passo necessario da fare con qualsiasi mezzo. La promulgazione di bolle papali a favore dell’Ordine dei Canonici Regolari del Santo Sepolcro di Gerusalemme aveva come scopo non solo quello di reclutare i combattenti ma anche quello di preparare il terreno a coloro che avrebbero amministrato la Terra Santa dopo la riconquista.

La santa visionaria e il Corpus Domini
A questo punto, per comprendere le varie azioni che avrebbero dovuto portare alla liberazione della Terra Santa attraverso l’Ordine dei Canonici del Santo Sepolcro e che invece condussero all’istituzione ufficiale del Corpus Domini, bisogna fare un passo indietro.
Nel 1192 (o 1193)  nasceva a Cornillon, vicino Liegi, una certa Giuliana che in tenera età fu affidata ad una comunità di monache divenendo, nel 1207, monaca lei stessa. Una sua visione ricorrente, tenuta segreta per 20 anni,  fu quella di una luna splendente in cielo attraversata da una striscia buia. L’interpretazione che ne fu data coincise con la spiegazione che alla liturgia del corpo di Cristo doveva corrispondere una festività.
A Liegi, in quegli anni, oltre al fiorire di correnti eretiche e di miracoli del sangue, esistevano sodalizi religiosi che predicavano e scrivevano già dell’eucarestia. E’ al vescovo di Liegi che Giuliana chiese di istituire in quella diocesi la festa del Corpus Domini, che effettivamente fu istituita nel 1246. Dopo l’iniziale scetticismo, a  sostenerla  era anche l’arcidiacono Jacques Pantalèon de Troyes.
L’intreccio tra la devozione al Santo Sepolcro e il culto eucaristico furono evidenti  nelle azioni del papa e negli eventi che dovevano anticipare queste azioni: la riconquista della Terra Santa con una nuova crociata in nome dell’Eucarestia e, a seguito del miracolo di Bolsena, l’istituzione della festa del Corpus Domini come festa universale di tutta la chiesa.

Luci e ombre
Urbano IV
Devoto, colto, ispirato, intellettuale, questo è il ritratto di papa Urbano IV. La sua conoscenza del mondo dell’epoca, l’essere stato a Liegi e l’aver vissuto in prima persona sia il fervore mistico nato intorno all’Eucarestia sia i pericoli di eresie, gli consentirono di avere un quadro politico-religioso che, attraverso la riaffermazione del dogma eucaristico in Terra Santa, avrebbe avuto come  conseguenza la riunificazione di tutta la Chiesa, una universalità senza ulteriori diatribe  o speculazioni teologiche. Il Miracolo Eucaristico di Bolsena, avvenuto nel 1263, fu l’evento finale che spinse il papa ad estendere la festa del Corpus Domini a tutta la cristianità, fino in Terra Santa. La bolla Transiturus  in cui compare Bolsena, era infatti indirizzata a Guillome d’Angene, Patriarca di Gerusalemme: l’atto, che sanciva la nuova festività, forniva anche il motivo per bandire la crociata che avrebbe portato all’unificazione di quella terra. 
Ma la sua crociata, questo papa non la fece poiché nell’ottobre del 1264, malato, morì.
Del ritratto di papa Urbano IV, manca però  un elemento senza il quale la sua missione non avrebbe potuto compiersi: la sua formazione giuridica e i suoi intenti,  lo indussero a dare un nuovo impulso all'Inquisizione, autorizzando i giudici  ad applicare personalmente la tortura e istituendo la figura dell'Inquisitore Generale nella persona di Giangaetano Orsini, futuro papa Niccolò III.
Risiedendo tra Orvieto e Viterbo, Urbano IV ebbe anche modo di interessarsi agli eventi minori dello Stato Pontificio, riportando nel sacro recinto del Patrimonio di San Pietro in Tuscia alcuni territori che nel frattempo erano divenuti feudi instabili, come quello che i Signori di Bisenzio  avevano sulla sponda sud-occidentale del Lago di Bolsena e che comprendeva Bisenzio-Capodimonte e l’Isola Bisentina. La riconquista di queste terre, dovendo essere letta come un esempio del suo pontificato, passava anche attraverso il cambio del nome dell'isola. Nelle mani di Urbano IV, con la sua firma nei documenti ufficiali, la Bisentina avrebbe dovuto prendere il nome del papa e chiamarsi Urbana. 

Il pozzo e il pendolo
Cittadella Veneta - Torre di Porta Padova
Nel 1251, a Cittadella Veneta, Ezzelino da Romano aveva adibito le segrete della Torre di Porta Padova a prigione per i suoi più acerrimi nemici sottoponendoli a così atroci torture che anche Dante ne fece menzione. 
La prigione veneta, tristemente nota con il nome di “malta”, fu probabilmente il modello concettuale cui si ispirò il papa nel 1262 per punire  i suoi principali nemici: coloro che si frapponevano tra i suoi intenti di uomo politico e quelli di uomo religioso a capo della chiesa universale. 
Tra i sottoposti a giudizio erano, o dovevano essere,  anche i monaci e frati accusati del peccato di eresia.

Sulla parte più alta dell’Isola Bisentina, conosciuta con il nome di Monte Tabor, i Signori di Bisenzio avevano fatto erigere una torre posta a guardia del confine acquatico del loro feudo. L’approvvigionamento idrico, in mancanza di una sorgente naturale nelle vicinanze nonostante il controsenso di essere circondati dall’acqua, era garantito da un pozzo situato proprio sulle pendici del piccolo colle isolano. 
Nel momento in cui papa Urbano IV prese possesso dell’Isola, ristrutturò la torre e pure il pozzo unendo di fatto le due strutture separate  e dando vita, con altri opportuni cambiamenti, alla cosiddetta “Malta dell’isola Bisentina”. 
Qualsiasi sia stata l’origine dell’ambiente sotterraneo, forse un’antica cisterna cilindrica modificata nel corso dei secoli, per capirne la vera natura, bisogna immergersi nel Medioevo e pensare che la cella potrebbe anche essere stata appositamente costruita in questo periodo. 
Qualsiasi antica forma originaria avesse avuto, va tenuto presente che una cisterna/pozzo si può riempire con i detriti di scavo del corridoio di accesso, non del tutto rettilineo; quindi, riducendo leggermente le  dimensioni interne, lo spazio angusto rimasto può trasformarsi in una cella/prigione.
In questo modo, l’acqua piovana cadendo goccia a goccia, drenata dai detriti e da qualche mattone posto al centro della cella, avrebbe formato lo scivoloso e fluido pavimento di fango creando un ambiente idoneo ad una punizione, quasi divina. 

Gustave Dorè- I Titani
Dante, Inferno, Canto  XXXI 
Portando in sé altri oscuri e severi avvertimenti,  questa prigione aveva solo due vie di uscita: la morte per stenti o la pazzia. 
In qualsiasi modo avessero raggiunto il fondo, dal corridoio o calati dall'alto in una discesa nelle viscere della terra lunga 20 metri, i prigionieri avrebbero espiato la propria colpa, disorientati dalla forma circolare del luogo, dalla fame e dalla sete, prede di incubi e allucinazioni luciferine. 
Nel buio terrore della solitudine, immersi nel silenzio e nell’oscurità di una cella sotto terra, con il freddo raggelante dell’acqua e dell’umidità, erano condannati a rimanere nel fango soffrendo le pene dell’inferno nella "Malta della Bisentina": un Pozzo del Diavolo costruito per gli ecclesiastici eretici in quel Medioevo di cui Jacques Pantaléon de Troyes fu una classica espressione quando, eletto papa, prese il nome di Urbano IV.


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lunedì 20 novembre 2017

L'intervista


Anni fa, per uno strano intreccio di casualità, sono stata intervistata come guida turistica per un blog con domande riguardanti, in questo caso, esclusivamente Bolsena.
Da allora, era il 2009, molte cose sono cambiate: legislazione, flussi turistici, quantità di lavoro, qualità dei gruppi, la mia visione sulla professione di guida in generale e gli sviluppi futuri, se ci saranno, che mi riguardano personalmente. Altre però sono rimaste pressoché uguali: se mi si rivolgessero le stesse domande ora, le risposte su Bolsena come località da visitare non sarebbero poi cosi tanto diverse.
Anzi, ci sarebbe da aggiungere qualche tassello in più vista l'esperienza che mi ha coinvolta in splendide escursioni sui sentieri intorno a  Bolsena effettuate, nella duplice veste di guida e di volontaria, insieme al locale Gruppo Archeologico Velzna.
Proprio per questo motivo, ripropongo l'intervista in questa sede con il testo visibile, comprensivo di titolo e autore della sezione del blog di riferimento.

L'intervista 

Vieni a vedere dentro e fuori il lago cosa c’è
di Daria Castaldo (Blog BolsenaInterviste Guide Turistiche)
http://rete.comuni-italiani.it/blog/08212
Intervistiamo Giuliana Zucconi, guida turistica della provincia di Viterbo, specializzata su Bolsena e il Comprensorio del Lago di Bolsena.


Qual è stato il percorso che l’ha portata a diventare guida turistica?
Ho studiato lingue e ho iniziato il mio percorso di lavoro anni fa, proprio nel settore del turismo anche se con altre mansioni. Negli ultimi anni, dopo aver lavorato come guida privata sull’Isola Bisentina, una proprietà dei Principi del Drago al Lago di Bolsena, ho ritenuto naturale proseguire in questo lavoro rivolgendo l’attenzione alle località sulla “terra ferma”.

Il suo lavoro richiede preparazione e impegno costante: cosa la gratifica di più alla fine della giornata?
Il contatto che si instaura con il gruppo e le interazioni che ne nascono: i turisti più curiosi fanno molte domande, altri intervengono facendo paragoni con la storia o l’arte del territorio da cui provengono. Una visita guidata, quindi, può diventare un vero e proprio scambio di informazioni culturali.

Il contatto e l’interazione con le persone quindi sono molto importanti per lei: cosa ha da offrire ai turisti che si affidano a lei?
Il mio servizio guida vuole dare la possibilità ai turisti di godersi la visita senza troppa fretta, per apprezzare pienamente le caratteristiche del luogo.
Fondamentale per me è iniziare dai dati storici, che sono strettamente connessi ai monumenti e ai personaggi più importanti, che hanno influenzato, con il loro vissuto, la cultura e la storia del luogo. La narrazione di episodi curiosi o la sosta al centro storico per acquisti di prodotti tipici, rende la visita guidata una sorta di racconto che non perde mai di vista il profondo legame con la particolare natura del territorio circostante.

Ci parli di Bolsena.
La storia complessa e millenaria di Bolsena offre varie chiavi di lettura. Bolsena è una città che conserva le tracce del suo antico passato nelle mura etrusche e nei resti della città romana, di cui molti reperti storici sono conservati nel Museo locale.
Di grande importanza storica sono anche la Rocca Monaldeschi della Cervara di origine medievale, la Basilica di Santa Cristina e le catacombe.
A Bolsena la tradizione si mescola con la religione, il sacro con il profano. In luglio, durante la festività di Santa Cristina, patrona della città, si svolgono i Misteri, una tradizione che deriva dalle rappresentazioni sacre delle vite dei santi martirizzati.
Nonostante la manifestazione sia legata al culto cristiano, la rappresentazione conserva un’atmosfera piuttosto cupa e un po’ ambigua: i protagonisti recitano seminudi, mentre vengono rappresentati “diavoli” che danno vita ad una sorta di danza macabra.
Molto sentita è la Festa del Corpus Domini, che oggi si celebra in ricordo del Miracolo Eucaristico avvenuto a Bolsena nel 1263. Durante una celebrazione eucaristica un prete boemo nello spezzare l’ostia consacrata, fu colto dal dubbio che quell’ostia contenesse veramente il corpo di Cristo; si racconta che in quel momento realmente uscirono dall’ostia alcune gocce di sangue che bagnarono alcune pietre dell’altare, ancora conservate presso la Basilica di Santa Cristina in Bolsena.
In occasione di questa festa infioratori esperti lavorano alla realizzazione di bellissime infiorate: il lavoro paziente e preciso di questi uomini e di queste donne accompagna la processione per le vie cittadine.
A Bolsena troviamo il più grande lago vulcanico d’Europa: un immenso specchio d’acqua, i cui resti di coni vulcanici si sono trasformati nelle isole di Martana Bisentina, ricche di storia e arte. Il lago, calmo o agitato al primo soffio di vento, colorato di rosa o rosso intenso al tramonto, così luminoso da essere abbagliante, è un ecosistema da salvaguardare in un territorio che per le sue particolari caratteristiche geologiche è candidato a diventare patrimonio dell’UNESCO.

In base a tutto quello che ci ha raccontato sarebbe necessaria una vacanza piuttosto lunga per poter visitare Bolsena! 

Effettivamente, una volta in zona, si deve vedere tutto e non lasciarsi sfuggire nulla!
Per questo, ai turisti consiglio sempre di scegliere i periodi che vanno da metà marzo a fine giugno e poi da settembre a fine ottobre per visitare Bolsena in tutta tranquillità, lontano dal trambusto dei mesi estivi, caratterizzati da un turismo maggiormente di massa.
Considerando però il clima e le strutture ricettive della zona, direi che Bolsena è bella da vedere tutto l’anno.

In alternativa ad un turismo slow, per una visita mordi e fuggi cosa ci consiglia? 
Per chi ama l’archeologia propongo una visita guidata alle mura etrusche e agli scavi romani della città di Volsini, dove si possono ammirare il foro, la basilica civica, le domus e le stanze sotterranee.
Se l’interesse si concentra sugli edifici di tipo religioso, suggerisco la visita alla Basilica di Santa Cristina, un edificio con impianto romanico che presenta una facciata rinascimentale voluta dal cardinale Giovanni de’ Medici; al suo interno troviamo gli affreschi della scuola umbro senese, pregevoli opere in terracotta policroma.
Da visitare, inoltre, la Grotta di Santa Cristina con l’Altare del Miracolo Eucaristico e il suggestivo ambiente delle catacombe.

Quindi Bolsena è una meta che piace a tutti? 
Si! Ho avuto modo di confrontarmi con molti gruppi, organizzati attraverso le agenzie di viaggio, gli enti religiosi, le associazioni culturali e per il tempo libero, le scuole ed i centri per gli anziani.
Frequenti sono anche le famiglie e i gruppi di amici, sia italiani che stranieri, che visitano la zona del Lago di Bolsena attirati dalla varietà delle strutture ricettive e dalla vicinanza con le città d’arte.

Ci racconti un aneddoto, un episodio curioso, capitato durante un giro nei dintorni di Bolsena.
Invece di aneddoti o episodi curiosi, vorrei segnalare due commenti che molte volte ho sentito fare ai turisti che ho accompagnato. Di Bolsena dicono: “Bellissima, non mi aspettavo che ci fossero così tante cose da vedere e da sapere, ma bisognerebbe che fossero valorizzate di più”.
Questo è l’aspetto di Bolsena che incuriosisce di più i turisti, che si affidano a me proprio per scoprire e conoscere fino in fondo tutto quello che questa terra ha da offrire.
Sul Lago di Bolsena invece commentano: “Ha tanti colori e sfumature, sembra uno specchio ed è così azzurro che sembra mare”.


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venerdì 2 dicembre 2016

Ecosistema Lago

“Un ecosistema è un insieme sistemico definito (spesso chiamato “unità ecologica) costituito da organismi viventi, animali e vegetali, che interagiscono tra loro e con l’ambiente che li circonda.  Come tale  esso è una porzione dell’ecosfera e quindi della biosfera. Ogni ecosistema è costituito da una o più comunità di organismi viventi che interagiscono tra di loro; una comunità è a sua volta l’insieme di più popolazioni costituite ognuna da organismi della stessa specie”


Il Lago
Il bacino idrografico del lago di Bolsena si estende su un’area di 273 km2 ad una quota media di 490 m. s.l.m; la superficie lacustre è di 114 km2 circa e si trova ad una quota media di 305 m. circa s.l.m.: la profondità massima misurata è di 151 metri e quella media di 81 m.; il tempo teorico di ricambio di tutta l’acqua presente nel bacino è stato misurato in 120 anni anche se, durante il Congresso Internazionale “Residence time in the lakes” sul tempo di ricambio dei laghi tenutosi a Bolsena nel 2002, questo parametro andrebbe elevato a circa 300 anni per una serie di eventi che nel tempo potrebbero incidere sulla salute dell’intero bacino idrico.
Il Lago di Bolsena è classificato come oligo-mesotrofo, per il basso contenuto di sostanze organiche e sali nutritivi disciolti in acqua; acqua che attualmente conserva ancora una discreta trasparenza ed una buona ossigenazione, sia in superficie che in profondità.

L’ecosistema lacustre
Sono almeno tre le zone che formano l’ecosistema lago: la zona litoranea, caratterizzata da acque basse, abbondante vegetazione ripariale ed acquatica con ricca presenza di specie animali; la zona delle acque interne, che si estende fino alla profondità a cui arriva la luce e dove vivono numerosi organismi planctonici; la  zona profonda, al di sotto del livello a cui arriva la luce, caratterizzata dalla presenza di poche forme di vita, tra le quali funghi e batteri.
Nel gergo dei pescatori locali le tre zone corrispondono grossomodo a tre profondità dell’acqua, misurate con strumenti non convenzionali: cejo (acqua di bassa profondità), stracejo (acqua di media profondità), cupo (acqua molto profonda).

Cannaiola
Un modo per spiegare semplicemente un sistema complesso, è quello di raccontarlo:  la prima regola, essenziale per chi non ha mai frequentato il lago di Bolsena, fa ricorso all’immaginazione dato che, per cogliere i vari aspetti di questo mondo lacustre, la seconda regola prevede che sia necessario camminare lungo le rive e tra i canneti, immergere i piedi in acqua e procedere per qualche metro, poi scivolare sotto la superficie e spingersi sempre più in profondità fino a non vedere più niente. 

Airone cinerino
Il primo ambiente, la zona litoranea dove si innesca la catena alimentare, è quello classico composto da Canne palustri e canne comuni, tifeti e scirpeti. Lì in mezzo ai canneti, tra la sabbia e l’acqua, si potrebbe vedere  e sentire il Bufo bufo, un bell’esemplare di rospo,  che gracida a tutto volume insieme alla Rana verde;  oppure si potrebbero avvistare insoliti intrecci di rametti  dove il  Cannareccione e la Cannaiola fanno il nido o covano le uova, mentre le Folaghe si cibano delle alghe semisommerse e Gallinelle d’acqua fluttuano sull’acqua.
Sempre sulla spiaggia un timido Airone cinerino scruta l’orizzonte e vola via, al contrario del Tarabusino che invece è intento a costruirsi il nido. Ma è nel silenzio e nella quiete che si avverte uno strano movimento: è una Natrix natrix, una biscia d’acqua che, avvistata una possibile preda,  si sposta da un canneto ad un altro con movimenti veloci e sinuosi nuotando a pelo dell’acqua, quasi senza toccarla. 
Biscia d'acqua - Natix natrix

In queste acque basse depongono le uova numerose specie ittiche, che così entrano a far parte dell’ecosistema acquatico formato da prede e predatori. Non di rado si intravedono il Cavedano, il vorace Persico sole, il Ghiozzetto di laguna, la particolare Gambusia che si nutre di larve di zanzara, il Persico reale
Il Poligono anfibio e il  Ranuncolo a foglie capillari solleticano ancora i piedi che poggiano sul fondo; ma basta un passo in più per accorgersi che l’acqua sta diventando più alta e che le specie vegetali cominciano ad avere le radici. Ormai, immersi tra 2 e i 5 metri di profondità,  su fondali che cominciano a diversificarsi per composizione si  trovano altri tipi di alghe: la Brasca arrotondata, il Ceratofillo comune e la Vallisneria, le Ranocchine che crescono in acque limpide, su fondali sabbiosi-argillosi.  Sotto la superficie e tra questo tipo di vegetazione , la vita pullula di specie ittiche.
Più o meno da queste parti, si potrebbe scorgere una di quelle grandi Carpe che fanno la felicità dei pescatori sportivi e  con un po’ di fortuna si potrebbe anche vedere un bel Luccio che, appostato tra le alghe, aspetta la sua preda per cibarsi. Nella zona successiva, sotto la  superficie iniziano le vaste praterie di Characee, alghe che da sole occupano circa l’80% del fondale. Crescono fino a 15 metri di profondità, cioè fino a dove la luce  solare riesce a penetrare. Fuori dall’acqua, invece, un incontro con il Gabbiano comune o le Anatre tuffatrici è sempre possibile. 
Poi, piano piano, l’acqua diventa più fredda e il buio inizia. Ma la catena alimentare che si è innescata tra i canneti sulla riva del lago, non finisce. La zona buia è quella dove il plancton costituisce la riserva di cibo di un altro pesce che qui ha trovato l’habitat ideale per vivere. Introdotto per incrementare la pesca sul finire del 1800, depone le uova in fondali bassi per poi inoltrarsi nell’acqua profonda dove si nutre di plancton: il pregiato Coregone (o Lavarello) è il pesce nella rete del pescatore che sulla barca dalla forma triangolare sta tornando a riva.   
Sotto e sopra la superficie, adesso si inizierebbero a vedere i fondali rocciosi delle isole e nei paraggi si sentirebbero le voci dei  Gabbiani reali e si vedrebbero i Cormorani. Intanto, un’altra riva è all’orizzonte: nell' acqua di lago che scivola verso il fiume, l'incontro è con la rinomata anguilla che ne ha risalito il corso, mentre altri canneti e altre acque basse ricordano che anche qui c'è una catena alimentare innescata tra i canneti, dove un Cannareccione fa il nido e un'anatra tuffatrice ha appena preso un pesce. 

Fragilità del sistema
“Un ecosistema si definisce fragile o poco resiliente se ha un basso livello di biodiversità (animale, vegetale, ecc.) perché più debole nei casi di stress ambientali (intossicazione, introduzione di specie diverse più aggressive, ecc.) rispetto ad uno a più elevato livello di biodiversità, più resiliente, il quale è favorito per la sua sopravvivenza e per la quantità di biomassa (vegetale, animale ecc.) che ne costituisce l'habitat.” 


Svasso maggiore
Cormorano
Il Lago di Bolsena, le due isole e l’alto corso del fiume Marta sono stati dichiarati  Siti di Interesse Comunitario (SIC) dalla Comunità Europea che li ha presi, è il caso di dirlo, nella  rete ecologica Natura 2000 la cui finalità è la conservazione del patrimonio naturalistico del continente europeo. (Direttiva habitat/uccelli - Rete Natura 2000)
Il grande lago vulcanico e le sue colline ospitano attualmente 14 specie protette inserite in 4 habitat naturali individuati dalla Direttiva Habitat “relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche”.
Sottoposte a protezione perché vulnerabili sono piante come il Giunco fiorito e la Ninfea Gialla; pesci come il Vairone e lo Spinarello sono in diminuzione, se non addirittura già scomparsi; di grande rilevanza sono uccelli come il Tarabusino e la Strolaga, mentre raro è ormai lo splendido Martin pescatore; presenti e osservabili sono il Nibbio bruno e il Falco pecchiaiolo, rapaci diurni che nidificano sulle colline; i boschi di Leccio dell’Isola Bisentina sono considerati già dal lontano 1979 “biotipi di rilevante interesse vegetazionale meritevoli di conservazione in
Italia”(Società Botanica Italiana)


Gabbiano reale
Tarabusino
Sembrerebbe un quadro idilliaco dove ogni essere vivente ha la sua naturale ragion d’essere con precisi rapporti di scambio e sostenibilità, se non fosse che, nascoste o estremamente visibili, esistono delle criticità che rendono instabile l’equilibrio delicato di questo ecosistema. 
Evidenziare i punti critici non è semplice, ma seguendo la storia recente del  bacino lacustre, ecco a grandi linee ciò che emerge tra le spennellature colorate del bellissimo quadro: 
  • presenza di scarichi fognari, sversamenti di fitofarmaci provenienti da zone coltivate; 
  • prelievi incontrollati per irrigazioni; 
  • riduzione della vegetazione litonarea, con il conseguente impatto negativo sugli uccelli che nidificano tra i canneti e sui pesci che depositano le uova tra la vegetazione semi-sommersa e sommersa; 
  • sbarramenti posti lungo i corsi d'acqua e lungo l’emissario che impediscono gli spostamenti della fauna ittica che si riproduce nel lago o in mare;
  • introduzione accidentale e/o errata di specie non originarie (pesce gatto, persico sole, persico trota, gambero rosso della Lousiana; tartarughine dalle orecchie rosse della California; oche canadesi, cigni; nutrie);
  • pesca sportiva incontrollata (introduzione nella catena alimentare di farine per pasturazioni);
  • gestione e conservazione dei corsi d’acqua immissari, spiagge e canneti; 
  • cambiamenti climatici globali che influenzano negativamente il ciclo riproduttivo dell’avifauna e delle specie ittiche; 
  • cambiamenti climatici globali che influenzano la circolazione ventosa del lago utile al rimescolamento dell’acqua superficiale e profonda.

Sostenibilità
Certamente lottare contro i cambiamenti climatici globali è uno sforzo macroscopico; ma nel microcosmo di una bacino lacustre con un ecosistema chiuso questa strana parola -sostenibilità- è l'unica soluzione possibile. Risolvere le criticità attuali è il passo essenziale, prima che sia troppo tardi; mentre intervenire in modo adeguato e corretto sull'ambiente significa anche rispettare e valorizzare le attività di pesca, agricoltura e turismo delle popolazioni rivierasche. 
Strano ma vero: anche gli esseri umani sono parte integrante di questo ecosistema lacustre, delicato, fragile e tutto da proteggere con scelte mirate alla sostenibilità, alla conservazione ed alla sopravvivenza del delicato ecosistema lacustre.  

Egretta garzetta




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lunedì 20 giugno 2016

Fiori, colori, profumi. Floralia e le ortensie

Blu Hydrangea
Il regno di Floralia è di nuovo apparso per le strade di Bolsena in occasione della Festa delle Ortensie, una manifestazione nata ormai più di un decennio fa e diventata un appuntamento annuale consueto, quasi fosse il segnale di inizio della nuova stagione estiva.

Dalla piazza centrale a buona parte del centro storico è un susseguirsi di piante, fiori, profumi, colori che si uniscono a prodotti di artigianato e enogastronomia.
Camminando per le strade, trasformate in una fitta giungla di piante di qualsiasi tipo, si nota però che gli espositori di ortensie, compresi gli organizzatori, sono rimasti  in pochi e la pianta protagonista della festa sembra aver assunto un ruolo marginale nel contesto dell'intera manifestazione. Eppure le ortensie ci sono a Bolsena, e sono anche tante.
Si trovano sullo sfondo, e lo sfondo è il viale che porta al lago, è il lungolago: lì c'è un vero tripudio di ortensie di diverse specie, anche pregiate, diversi colori, diverse forme. Un ampio giardino pubblico con angoli suggestivi, dove camminare tranquilli, sedersi e godersi l'orizzonte.

Menù d'oriente
Un bel paradosso, forse voluto o forse no, se ci si ricorda che la manifestazione è nata dalla passione di alcune persone e dalle loro collezioni private. La prima festa si chiamava "Ortensi...amo la città".
Più o meno strutturata come l'evento attuale, portò gli appassionati locali di questa infiorescenza ad omaggiare Bolsena con la piantumazione, proprio al viale, di diverse varietà di ortensie. Il percorso di "visione" era forse più articolato di quello attuale, ma la sostanza era quella di creare una sorta di open-garden in cui le piante principali fossero proprio le ortensie. Strada facendo, l'obiettivo è stato raggiunto: Bolsena è ora splendidamente "ortensiata", ma la manifestazione è leggermente cambiata, come è giusto che sia.


Limongiallo 
Proprio per i cambiamenti  avvenuti e con le ortensie che hanno creato un vero e proprio giardino pubblico percorribile a piedi, la stupenda passeggiata dalla piazza al lungolago, forse sarebbe il caso passare da una Festa delle Ortensie ad un evento che, mantenendo inalterato il contenuto attuale,  si aggiorni nel nome.
Non "Bolsena in fiore", nome banale usato ormai per tutte le manifestazioni di tale genere, ma  un nome che riconduca a ciò che letteralmente è questa manifestazione.


Una variopinta mostra mercato di fiori (tanti, di tutte le specie), di colori (tanti, compresi quelli prodotti dagli artigiani), di profumi e sapori (tanti, di fiori e piante e di prodotti enogastronomici).


Metallika
Exotica

Ironia della sorte

Fior d'arancione


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venerdì 4 marzo 2016

Memoria storica. La barca del Lago di Bolsena


Gesti antichi ed espressioni dialettali 
La barca in legno
Il Lago di Bolsena
Stavolta parlano gli altri


venerdì 8 gennaio 2016

La Rocca in Castello

Occupa la parte più alta del centro storico, quartiere Castello, in posizione dominante su Bolsena: ammira il lago, osserva le colline, spazia sull’orizzonte. Austera quanto basta, semplice costruzione con quattro torri angolari, pianta trapezoidale, un residuo di ponte levatoio.
Eppure la Rocca Monaldeschi della Cervara dimostra di essere un edificio dal carattere imponente specie se vista dal basso.


Antefatto
Nel 1157, il papa Adriano IV ordinò la fortificazione dei borghi che si trovavano sul tracciato della Via Cassia in previsione dell’arrivo delle truppe di Federico Barbarossa.
Il piccolo centro di Bolsena fu dotato di mura per consentire la difesa  e la protezione degli abitanti. In quel periodo, vista la piccolezza del borgo medioevale di Bolsena e nonostante la posizione strategica sulla direttrice di Roma,  non c’era bisogno d’altro.
L’arrivo delle truppe imperiali al seguito di Enrico VI  nel 1186 non  fu indolore e il villaggio si ritrovò con un sistema difensivo semidistrutto, di nuovo in balìa di qualsiasi potenziale nemico.

Sulla scacchiera, torri e pedine
Nella vicina Orvieto, nel frattempo, si stavano sfidando due potenti famiglie per il predominio dei feudi: i Filippeschi, di parte ghibellina, e i Monaldeschi, di parte guelfa.
Lo scontro fu tale che perfino Dante li prese come esempio di discordia e di disordine violento che non guardava in faccia nessuno    
 “Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,
Monaldi e Filippeschi, uom senza cura:
color già tristi, e costor con sospetti”
(Dante Alighieri - Divina Commedia: Purgatorio, Canto VI)

Questo era il clima, prima che una delle due famiglie prendesse il sopravvento sull’altra e iniziasse a scalpitare per prendere possesso di altri territori vicini, conquistando feudi e acquisendo sempre più potere.
I Monaldeschi guardarono verso il lago di Bolsena e in poco tempo conquistarono la Val di Lago, annettendo contrade e borghi al proprio feudo. E' con loro e con la costruzione del “torrione”, la torre maggiore, che è iniziata la complessa vita di questo edificio.

Prospetto della Rocca Monaldeschi della Cervara -A.Sacco 1892
La grande torre si appropriò del residuo delle mura difensive erette nel 1157, della strada a basoli (fortunatamente recuperati) e di una porta ad arco, senza privarsene del tutto dato che strada e porta furono comunque ripristinati ricreando all’esterno un nuovo percorso.
Bolsena divenne una sorta di quartier generale della famiglia orvietana che si arroccò  saldamente al Torrione: in pochi anni furono costruite le altre torri, gli ambienti interni e, come ulteriore baluardo difensivo, il cortiletto che si protendeva con gli archi e il ponte levatoio verso il paese.

Poggiando solidamente  su un masso di tufo e posta in posizione dominante, la Rocca di Bolsena aveva preso la forma di  una costruzione da presidio militare debitamente atta al controllo del feudo dei Monaldeschi d’Orvieto.

La popolazione locale ebbe sempre una profonda avversione per la presenza dei potenti sul proprio territorio. A dimostrazione di  questo, nel 1328 si svolse una prima ribellione contro i Monaldeschi che portò alla presa della Rocca da parte dei Bolsenesi che, nemmeno a farlo apposta, dovettero ben presto cercare nella famiglia orvietana un potente alleato contro le truppe di Ludovico il Bavaro. Il nemico comune fu allontanato dalle forze alleate dei bolsenesi e degli orvietani, che avevano trovato in Ermanno Monaldeschi il condottiero vero, l’uomo forte, pratico e diplomatico, che non esitò a limitare le libertà degli statuti a favore di un maggiore controllo dei territori assoggettati.
Alla sua morte avvenuta nel 1337, la famiglia dei Monaldeschi  si divise in quattro rami, tanti quanti erano i suoi figli: apparvero i Monaldeschi del Cane, della Vipera, dell’Aquila e del Cervo o della Cervara.
Furono questi ultimi a reggere le sorti di Bolsena fino al 1451 e ad  avere nelle loro mani l’austera fortezza sul lago, divenuta ormai  Rocca Monaldeschi della Cervara.

Gli alfieri della rinascita
Alla metà del 1400, quasi coincidendo con la morte di Corrado Monaldeschi della Cervara, nei territori dello Stato Pontificio furono i cardinali a gestire, per conto del papa,  le municipalità e furono i cardinali-governatori, spesso apparentati con il pontefice, a reggere il governo di una città o di un borgo.
Bolsena non sfuggì al nuovo sistema di governo e la Rocca Monaldeschi della Cervara fu inizialmente affidata al Rettore del Patrimonio messer Vianese degli Albergati, fu considerata già in stato di abbandono da papa Pio II che visitò le contrade lacustri nel 1461-62, passò nelle mani del cardinal Sanesio a patto che ne curasse il mantenimento e il restauro, quindi  in quelle del cardinale Tiberio Crispo.
Nonostante gli sforzi, l’edificio con caratteristiche da fortezza militare si dimostrava poco pertinente al cambiamento di gestione che prevedeva palazzi signorili al posto dei castelli medioevali.
Abbandonata al suo destino di edificio in disuso, divenne negli anni e nei secoli seguenti ciò che era più opportuno al momento e all’occorrenza: una prigione, un magazzino, un rudere.

Nel 1855, proprio perché diventata un  rudere da restaurare, la Rocca Monaldeschi della Cervara fu oggetto di uno stravagante progetto che prevedeva la sua trasformazione in chiesa. Il progetto, votato ed approvato dalla comunità locale, fu affidato all’architetto Virginio Vespignani ed ebbe il sigillo di papa Pio IX.
Gli eventi storici del nascente Regno d'Itali ne impedirono la trasformazione in chiesa dall’aspetto di un castello, provocando le ire funeste dell’Abate G. Cozza-Luzi che per avere soddisfazione fece approntare un progetto per erigere un nuovo edificio nelle vicinanze del castello  medioevale:  una chiesa di aspetto “tale e quale” alla Rocca.
La chiesa, tuttora esistente, dedicata al Ss.Salvatore, non divenne mai la copia sognata dall’Abate anche se,   guardandola con attenzione, qualche spunto stilistico si intravede ancora.

Rocca Monaldeschi della Cervara - foto archivio British School of Rome 
La Rocca Monaldeschi della Cervara rimase, invece, tale e quale ad una vecchia fortezza medievale in rovina, un maniero con muri esterni ed interni a rischio crollo, torri semidistrutte popolate da rigogliosi ciuffi d’erba sulla loro sommità.

Ancora una volta furono intrapresi i passi necessari per un intervento strutturale riguardante un nuovo progetto che prevedeva la realizzazione alla Rocca del Museo Civico per accogliere i reperti archeologici già conservati nella sede comunale.


A partire dal 1912 alcuni lavori di restauro furono finanziati, altri sottoposti al giudizio delle autorità preposte, per altri interventi di restauro furono richiesti fondi che non arrivavano mai, furono scritte lettere e fatte proteste anche a mezzo stampa. Il progetto sembrava destinato a non vedere la luce fino a quando nel 1961 il Genio Civile di Viterbo impose il suo parere: o si restaurava l’edificio o questo  avrebbe ceduto sotto il peso degli anni di incuria.

Rifiorì così l’idea del Museo, idea che rimase tale fino a quando un comitato di cittadini  intrapendenti, coadiuvati dal Comune, non prese in mano la situazione ed iniziò il lungo processo di restauro e consolidamento della Rocca Monaldeschi della Cervara che, solo dal 1991, ha portato finalmente alla nascita del Museo Territoriale del Lago di Bolsena.
Nonostante non sia stato possibile conservarne la struttura interna originale, la Rocca ha mantenuto ancora visibili la strada a basoli e una parte del muro che la costeggiava, e soprattutto ha potuto  resistere nella struttura portante, austera e semplice, a pianta trapezoidale, con quattro torri angolari da cui si gode una vista mozzafiato su Bolsena, sul lago e sulle colline intorno.




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martedì 13 ottobre 2015

Piccoli musei crescono

Si sente spesso dire da più parti che per uscire fuori da una situazione di stallo economico e occupazionale è necessario  “fare rete” per “fare sistema”. Tradotto in parole semplici significa che bisogna unirsi per essere più forti, condividere per scambiare informazioni ed esperienze, promuovere per essere competitivi in un qualsiasi mercato. 
La ricetta può essere applicata in vari ambiti, ad imprese e aziende, a gestori di servizi e, in questo caso, anche ad un gruppo di piccoli musei. Sono tanti in Italia i piccoli musei e non può che essere così, malgrado tutta la promozione del patrimonio culturale italiano sembra passare solo attraverso quei mostri sacri (benevolmente parlando) che si chiamano Galleria degli Uffizi o Musei Vaticani, ad esempio. 
Ma l''Italia è anche particolarmente dotata di  specificità territoriali, di storia e arte, di capolavori e tesori nascosti che possono competere con i grandi protagonisti del patrimonio culturale se uniscono  e integrano le loro forze.  

IL SI.MU.LA.BO
Non è un quiz, non è un gioco o un libro, non è nemmeno una parola magica.
SI.MU.LA.BO è l’acronimo per SIstema MUseale del Lago di Bolsena: una rete di piccoli, interessantissimi musei, tutti perfettamente integrati nel territorio perché sono e rappresentano il territorio.
Il Sistema è stato istituito nel 2000 con una convenzione stipulata tra i comuni del Comprensorio Lacustre, la Regione Lazio e la Provincia di Viterbo. La rete museale, che vede come capofila Bolsena con il Museo Territoriale del Lago di Bolsena,  conta attualmente 13 musei dislocati nella parte alta della provincia di Viterbo.
L’ampia offerta culturale, affiancata a quella didattica e formativa,  introduce ad uno dei più ricchi territori dell’Italia ed ogni museo, con i suoi percorsi di visita ed il racconto della storia del luogo, si trova ad essere parte integrante  del territorio da cui provengono i reperti esposti o è direttamente  inserito all’interno di un parco. 
I musei del SI.MU.LA.BO sono musei territoriali, naturalistici, archeologici, storico-artistici, demo-etno-antropologici e mostrano ciò che è la natura dei luoghi e la varia umanità che, in quei luoghi,  è passata nel corso di millenni.  

Il “giro” del SI.MU.LA-BO
Essendo più o meno situati intorno alla caldera del Lago di Bolsena, basta prendere una vecchia e antiquata mappa cartacea per localizzarli e fare un bel giro a tappe intorno al lago
  
Punto di Partenza
Bolsena
Museo Territoriale del Lago di Bolsena  e Acquario – Rocca Monaldeschi della Cervara
(da non dimenticare anche l'interessante sezione distaccata di Palazzo Monaldeschi)
Civita di Bagnoregio
Museo Geologico e delle Frane – Palazzo Alemanni
Lubriano
Museo Naturalistico – Ex Casa Padella
Acquapendente
Museo del Fiore – Casale Giardino
Museo della Città – Palazzo Vescovile
Grotte di Castro
Museo Civico  e delle Tradizioni Popolari– Palazzo del Vignola
Gradoli
Museo del Costume Farnesiano – Palazzo Farnese
Latera
Museo della Terra – Grancia di S. Pietro
Valentano
Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese – Rocca Farnese
Farnese
Museo Civico “F. Rittatore Vonwiller” – Magazzini dell’Ammasso
Ischia di Castro
Museo Civico Archeologico “Pietro e Turiddo Lotti” – Istituto Scolastico
Cellere
Museo del Brigantaggio 
Punto di arrivo
Montefiascone
Museo dell’Architettura di Antonio da Sangallo il Giovane - Rocca dei Papi

 Le schede dei singoli musei sono consultabili su  www.simulabo.it



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